Noctes Catanae

scritto da capitano Achab
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Commento sugli "Indifferenti" di Alberto Moravia
- Nota dell'autore capitano Achab

Testo: Noctes Catanae
di capitano Achab

Commento Indifferenti di Moravia.

È il primo romanzo di Moravia pubblicato nel 1929 (lui all’epoca aveva 22 anni) ed è il primo luogo che darà da sfondo a quello che sarà il tema principale delle sue opere: l’apatia morale.
L’apatia morale, se può a prima vista ricordare l’inettitudine di Zeno, protagonista della “Coscienza di Zeno” di Italo Svevo o dei protagonisti di “Senilità”, Emilio e Amalia Brentani, creati sempre dalla sua penna, la seconda (l’inettitudine di Zeno) a contrario della prima, non è passiva.
L’apatia morale è senz’altro plasmata, nella materia, sulla incapacità dei personaggi di agire, ma poggia soprattutto nella forma o, più precisamente, nell’essenza sulla reazione degli stessi contro questa stessa incapacità.
Gli stessi inetti non provano ad agire; addossano la colpa del proprio fallimento o la ragione di esso e dei loro problemi sugli altri. Per esempio, Zeno, in confronto a Guido Speier, il quale è un giovane brillante e rivale del primo e perfettamente equivalente  nell’apparenza a Dorian Gray, si sentirà insicuro tanto da sviluppare una certa zoppia in competizione contro lo stesso Guido Speier ma che in realtà è originata sia dalla sua insicurezza sia dalla stessa incapacità remissiva di migliorare la sua condizione nel mondo (ovviamente nel corso del romanzo si racconterà che lui speculando riuscirà ad arricchirsi  durante la Prima Guerra Mondiale) preferendo subire o ritirarsi in un ripiego; o ancora il fatto che sposerà la seconda sorella di Ada, Augusta, considerandola una soluzione alternativa per la sua ricerca della donna ideale da sposare, causato dalla sua insicurezza, determinata dal confronto che lui reputa impari sempre con il suo rivale e dalla giustificazione che da inetto imputa alla sua stessa decisione.
Invece, l’indifferenza di Moravia si concretizza nel fatto che i personaggi avvertono la loro estraneità al mondo (l’avvertirà Michele nel capitolo VII che percepisce coloro che stanno nella macchina, cioè Carla e sua madre e Leo che è l’autista, diretti a ballare, dei perfetti sconosciuti e, successivamente, quando lui vaga dopo che ha deciso di uscire dal locale, manifestando tutto lo smarrimento di quel momento e come egli voglia sentirsi vivo, sincero, autentico e abbia tutti i propositi nel farlo). Ci sono tuttavia diverse indifferenze, cioè delle indifferenze che secondo una certa gradualità accolgono e si interfacciano con la reazione degli stessi protagonisti.
A ogni modo, volendo fare una premessa e, nonostante sembrerà al lettore o lettrice, dal fatto che l’intreccio ruoti intorno a sole poche figure (solo cinque), cioè Leo Merumeci, la sua controparte femminile, Lisa, la migliore amica di Mariagrazia, che è la madre dei due figli, Carlo e Michele, che la storia possa essere ridotta a una semplice sequela di fatti lineari, in realtà sono proprio questi personaggi a diventare il perno del romanzo e specialmente gli ultimi due che cercano in tutti i modi una guida nel bene e nel male nell’atto supremo di reagire contro questa incapacità e l’ignavia generata anche dalla colpa della stessa madre.
Riguardo Carla, lei stessa lotta contro la sua apatia, la situazione stagnante nella quale è costretta a vivere per colpa dell’indifferenza (e in un certo senso omertà) del fratello e della madre che fino all’ultimo (capitolo XV “è colpa vostra, di te e di mamma che sono così”) non riesce a comprendere la sofferenza sua e del fratello e porta con sé una certa amnesia, una totale cecità poiché ha occhi solo per il suo amante, per Leo.
Tale cecità non si scomporrà, nemmeno alla fine quando, dopo il ritardo di Carla causato dal suo passare il pomeriggio a casa di Leo e proprio quando Michele voleva ucciderlo, ottenendo solo che la situazione si evolvesse a favore dell’amante e cioè con la proposta di matrimonio formulata da lui per convenienza, la madre, vedendola arrivare a casa, la incita a mascherarsi per andare alla festa in compagnia dei Berardi e parlandole di come Pippo Berardi fosse un buon partito quanto invece è più “cortese” lo stesso Leo.
Leo stesso sarà l’approdo della volontà di liberazione e di distruzione di Carla stessa, cioè Carla vedrà in lui l’unica figura che può farle realizzare una “nuova vita”.
Prima di continuare ad approfondire il concetto della “nuova vita” di Carla, parliamo ancora di Leo e Mariagrazia.
Leo era l’amante di Mariagrazia per quindici anni che l’abbandonò appena lei sfiorì. Assistette alla crescita di Michele e di Carla, potendo essere scambiato o anche identificato come una sorta di loro “patrigno”.
Leo rappresenta l’uomo che non si fa scrupoli nel portare a termine un suo progetto. Un chiaro esempio è come egli architetta fino alla fine la sua unione con Carla; dapprima nel volersela godere fisicamente con una libidine che invade a 360° la sua vita, per poi formulare la proposta di matrimonio sempre in una visione del tutto materialista e priva di alcunché di amoroso.
Di fatti, dopo che è riuscito a domare l’unico momento autentico di Michele, evitando che gli sparasse, e ha assistito in un modo del tutto divertito alla litigata tra fratello e sorella (come se si trovasse al teatro ad assistere una commedia) e proprio quando Michele aveva assicurato a Carla che vendendo la villa a un’asta avrebbe garantito a lei una vita sostenibile e dato che Leo sapeva che se l’avessero venduta, avrebbero scoperto il vero valore della casa, maggiore della cifra che a loro lui aveva proposto, ecco che lui si fa avanti formulando la proposta di matrimonio, facendo perno sulla loro miseria.
Dunque, vediamo come la sua banale vita (ed è quella di tutti i normali borghesi) sia puntata solamente nel coltivare il proprio orticello, prevenendo le possibili minacce e curandolo, giocando “possibilmente” slealmente.
In questo caso egli sfrutta la voglia di auto-rovina di Carla per la sua libidine, levandole lo statuto di ragazza “onesta” (si pensi al caso dell’Esclusa di Pirandello e quanto fosse importante l’integrità, soprattutto quando si era donne non dopo gli anni Cinquanta del Novecento), e l’ignoranza dei tre sul vero valore della villa per escluderli a un possibile riscatto sociale e morale e, per quanto riguardo Carla stessa e la cura dei propri interessi, utilizzando la loro miseria come cavallo di battaglia per la sua “perorazione” nel convincere quest’ultima a sposarlo per evitare che la villa loro finisse in asta.
Quindi possiamo vedere come egli possa rappresentare il tipico borghese egoista, utilitarista e non certo un “luminare” filantropo benefattore.
Riguardo, invece, la sua controparte femminile, cioè Lisa, si adopera in tutti i modi a lei possibili nel sedurre Michele e dimostra la sua indifferenza quando poteva avvertire la madre, Mariagrazia, della relazione adulterina tra la figlia e Leo, ma si limita semplicemente a insinuare qualche idea nella mente di Carla quando lei l’ha accompagnata all’uscio della porta d’ingresso dell’androne.
Parlando invece di Mariagrazia, il suo personaggio rappresenta la frivola figura femminile borghese dell’alta società, impegnata a vivere per gli impegni mondani, a non abbassare la testa di fronte al popolo mediocre affaccendato non per una difesa della sua dignità, ma per una preservazione delle proprie apparenze sociali. Questo lo vediamo chiaramente quando lei ritorna a casa in tram dopo aver litigato con Lisa, credendola amante di Leo e prova un certo “aristocratico” distacco e sdegno verso la folla che vede dall’alto del mezzo tramviario.
Perciò, capiamo come Mariagrazia rappresenti a priori il tipo femminile della borghesia sociale.
Lei non si dimostra una madre come la intenderemmo oggi; solo raramente è premurosa e prima dei loro figli vengono sempre le sue gelosie e le sue vanità sfruttate sempre per far ingelosire (sebbene in modo fallimentare) Leo come quando Michele voleva colpirlo con un posacenere ma la madre si frappose, assorbendo il colpo e arrivò a denudare perfino la spalla, sebbene non avesse alcun livido ma solo per riconquistare l’amante ormai andato e divenendo un soggetto grottesco e squallido ricordandoci, la “vecchia signora imbellettata” di Pirandello, presa come esempio per il saggio sull’Umorismo.
Il gioco della madre è il gioco della mosca cieca. Lei bendata insegue l’amante, spesso acchiappando il vento quando invece l’avversario non gioca con lei e lei pensa di giocare sempre ad armi pari. 
Ritornando a Carla, lei vuole fare di tutto per annientare la vita senza stimoli in cui è rigettata e sconta la colpa della madre che preferisce dare più spazio alle sue gelosie che all’espressione “vitale” dei suoi figli, sul suo corpo. Quindi, vuole fare di tutto per sottrarsi alle varie noie del salotto borghese.
Lei si autoconvincerà che l’unico modo che ha per rinnovarsi è compiere un “suicidio della sua volontà”, una abnegazione di sé stessa, concedendosi a Leo Merumeci, che fu l’amante di Mariagrazia, la madre e oggetto delle sue gelosie.
Tuttavia, solo dopo l’intervento di Michele si renderà conto di quanto in realtà quello che pensava sarebbe stato la soluzione ai suoi problemi, ‘propagandata’ a convenienza da Leo, in realtà è illusorio e inconsistente perché appena la sua bellezza sarebbe sfiorita, il suo amante sarebbe corso verso qualcun’altra, in tale modo divenendo relegata al rango della stessa madre.
In questa prospettiva la proposta di matrimonio sembra per lei adesso ciò che veramente le apparirà come la chiave che può farle aprire tante porte quanto ne desidera; infatti, per autoconvincersi si immagina libera di poter viaggiare, di vestirsi lussuriosa, di diventare il sogno utopico della madre, nonostante sappia in fondo di non amare Leo.
Non è il matrimonio per lei la gabbia pirandelliana poiché è consapevole di come la vita non è quella idilliaca rappresentata nei libri o nei filmati proiettati nel cinematografo; di fatti dirà nella massima consapevolezza del suo ‘io’ <<la vita non è né nuova né vecchia, è quello che è>>.
Da questa frase, infine, capiamo la sua massima maturazione dal comprendere che la vita stagnante in cui era prima della ‘tresca’ di Leo non era né uno stadio né una condanna come idealizzava nella sua indifferenza ma era quel che era ed era sempre compito suo cambiare le sorti.
Stesso passaggio, sebbene in ritardo, avviene in Michele. 
La figura di Michele è quella che ha suscitato più interesse da parte del sottoscritto e che Moravia dà più spazio, portando sul piano della lettera le sue elucubrazioni.
Michele non si può dire che sia un personaggio totalmente a tutto tondo o dinamico ma anche lui cerca di reagire alla sua stessa indifferenza. Nella parte iniziale del romanzo il lettore può conoscerlo quasi come un personaggio marginale, cioè di uno evanescente che dà voce alle sue lamentele e che si pone tra il dire e l’agire, cioè tra il pensare di risarcire il suo onore turbato dalla costante offesa e dalla arrogante libertà di Leo e il mettere in piano una probabile azione.
Egli nella parte iniziale del romanzo sarà sempre sospeso in questo limbo e il suo agire si confina a una stoica ritirata.
Scopriamo interamente la sua voce e i suoi pensieri proprio quando lui, scacciato e volontariamente allontanatosi dal locale nel quale era andato assieme a Leo, Mariagrazia e Carla per ballare, si abbandona allo smarrimento. Ma è in tale smarrimento che si pone nell’ascolto di sé, mentre Carla dà ascolto all’istinto ma non a sé stessa, non arrivando mai a mettere davvero in discussione, fino all’ultima pagina dell’ultimo capitolo sedicesimo, se davvero sia ‘conveniente’ “stare” e, poi, sposare Leo. Questo sarà un punto chiave per comprendere la differenza tra i due personaggi, cioè tra Carla e Michele.
Ritornando a lui, da questo autoindotto smarrimento capiamo come il suo unico desiderio sia quello di essere autentico, di sentirsi sincero e vivo.
Cerca di farlo a suo modo.
Percorre prima la via amorosa, cioè quella di autoconvincersi nell’amare Lisa, anche lei antica amante di Leo Merumeci ma, alla fine, seppur guidato dalla strategia secondo la quale più si autoconvinceva e più il suo sentimento diveniva sincero e si sentiva autentico, non riuscirà ad abbandonarsi alla passione perché, a differenza di Carla, non riesce a fingere e a non essere sincero.
Invece, un altro modo per sentirsi autentico, virile e vero di fronte a Lisa stessa nel XIV capitolo sarà proprio il riuscire o meno a uccidere Leo. È più corretto dire che Michele, quando Lisa gli rivela la frequentazione tra Carla e Leo, sarà lui infine a proporle come azione forte l’omicidio per dimostrare la sua coerenza a lei, che non lo prendeva sul serio, e a sé stesso che sarebbe stato in grado di portare a termine finalmente un’azione.
Nonostante la forte intenzione (e tale è la seconda via dell’“omicidio”), provate dall’acquisto di una rivoltella, essa si dimostrerà fallimentare proprio perché banalmente si dimentica di caricarla con delle pallottole che ha nella tasca.
Non bisogna pensare che questa dimenticanza lo renda un inetto ma quanto, invece, tale atto costituisca il rinnovamento e la rinascita che lui stesso cercava da tanto tempo più delle piogge avvenute quando lui era uscito dal “Ritz” e quando assieme a Carla lascia l’appartamento di Leo Merumeci.
Nell’ultimo capitolo questi due personaggi (Carla e Michele), sebbene diversi, che, nonostante vengano pensati in apparenza come incapaci ma che in realtà sono il motore di tutto il romanzo, possono essere, in fin dei conti, del tutto accostabili: Carla arriverà a non desiderare più poiché esiste solo quello che esiste (sarà questa invece un ritorno alla situazione stagnante come Marta nell’Esclusa, sebbene otterrà tutti i piaceri offerti dalla vita), mentre Michele concluderà che <<Non ho che pensato… ecco il mio errore>> facendo in modo che tale pensiero dominante lo induca alla apatia o meglio allo spegnimento di sé.
In conclusione, vediamo come Michele e Carla abbiano voluto entrambi cambiare le loro sorti iniziali, sentirsi vivi e non ‘annoiati’, non tediati dalla monotonia dei loro giorni e volendo tendere in un ‘carpe diem’ perenne, però insieme a Mariagrazia rimangono tutte e tre sconfitti mentre l’unico vincitore assoluto è Leo nella sua insensibilità da medio borghese.

Noctes Catanae testo di capitano Achab
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